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Martedì, 09 Maggio 2017 15:03

Danilo Baiguini 

Pubblicato in Dove acquistare
Martedì, 17 Gennaio 2017 22:32

Sant’Antonio di Corti

Notevole esempio di architettura religiosa contemporanea, la chiesa di Sant’Antonio abate di Corti sostituisce l’antica sede parrocchiale in collina. Sant’Antonio abate di Corti fu separata dalla chiesa Sant’Ambrogio di Qualino e costituita come parrocchiale con decreto del 17 maggio 1507. L’antica chiesa si trovava nella parte alta del paese, sull’attuale via sant’Antonio. Venne ricostruita nel 1848 da Giuseppe Pellini, ma a partire dalla metà del XX secolo si dimostrò insufficiente ad accogliere una comunità in grande espansione demografica. Nel 1960 fu quindi incaricato l’architettto Luigi Cottinelli di costruire una nuova chiesa nella parte bassa del paese, all’interno del nuovo centro residenziale che stava sorgendo lungo la via Nazionale.

I lavori iniziarono nel 1971 e si conclusero nel 1973. Venne realizzato un edificio interamente in cemento armato dall’aspetto semplice. Di forma rettangolare, presenta un’intelaiatura a paraste abbinate che accoglie pannelli di cemento armato prefabbricati, secondo un disegno modulare. Anche la copertura è costruita secondo un criterio modulare con travi precompresse.

L’interno è concepito secondo le nuove indicazioni in materia di liturgia emanate dal Concilio Vaticano II. Lo spazio unitario dell’aula è illuminato da preziose vetrate policrome istoriate realizzate dalla scultrice camuna Franca Ghitti. Sul lato di sinistra sono raffigurati i Sette giorni della creazione mentre nella parte destra le Sette piaghe dell’Apocalisse. Sul lato lungo si aprono invece le tre arcate del presbiterio, che accoglie al centro l’altare maggiore, sulla sinistra il fonte battesimale e a destra il tabernacolo. Sullo sfondo una vetrata, di 90 metri quadrati, cattura lo sguardo su un suggestivo giardino.

Sulla fronte sono visibili sei icone, a formare una grande iconostasi, realizzate da Paola e David La Fede nel 2006: al centro Cristo Pantocratore, a sinistra la Natività, il Battesimo di Cristo e la Crocifissione; a destra la Risurrezione, l’Apparizione sul lago di Tiberiade e la Pentecoste.

 

Francesco Nezosi

Martedì, 17 Gennaio 2017 22:16

San Matteo a Flaccanico

La chiesa di Flaccanico, intitolata a san Matteo, sovrasta l’abitato con il sagrato aperto su di una meravigliosa vista. Legata da sempre alla chiesa di Sant’Ambrogio di Qualino – la prima parrocchiale della Costa – non assunse mai il titolo di parrocchiale.

Le prime attestazioni di una chiesa per la comunità di Flaccanico risalgono al XVI secolo e almeno dal 1660 la comunità aveva il diritto di nominare un proprio cappellano per le funzioni religiose. Della prima cappella non conserviamo alcuna testimonianza – salvo un frammento di affresco – e l’attuale edificio, concluso nel 1755, sembra essere l’ampliamento di uno preesistente. La sua costruzione riprende uno schema piuttosto consolidato nell’architettura sacra bresciana del XVIII secolo, che si ritrova anche nelle chiese di Ceratello e di Qualino e che è forse ispirato ai modelli di Antonio Corbellini, architetto comasco assai attivo nel Bresciano.

La facciata, articolata su tre livelli, presenta un protiro sorretto da due colonne in arenaria di Sarnico, poggianti su plinti decorati a rombi. Entro questa copertura si trova il portale della chiesa, anch’esso in arenaria, concluso da un timpano spezzato. Sopra il cornicione si apre una grande finestra, inquadrata da lesene, che culmina in un grande timpano.

L’interno, ad aula unica con tre campate, presenta lesene a scandire le pareti, su cui corre la trabeazione con cornice di imposta per la volta a botte. La decorazione, in gran parte ripresa nel XX secolo, presenta nelle volte ornati di gusto tardobarocco realizzati alla conclusione del cantiere architettonico. Nelle cornici polilobate gli episodi della vita di Cristo, attribuibili a maestranze di ambito comasco e databili al pieno ‘700, sono realizzati secondo un’iconografia di facile lettura e di taglio quasi didascalico e caratterizzati da una tavolozza vivace: a partire dalla prima campata, la Vocazione di san Matteo, la Cacciata dei mercanti dal tempio e la Presentazione di Maria al tempio e nel presbiterio La gloria di san Matteo.

Sulla controfacciata si trova una tela di ambito locale, databile al XVIII secolo, con il Martirio di sant’Eurosia. Questa santa, raffigurata nell’atto del martirio con le mani e i piedi recisi, veniva invocata contro le tempeste a protezione del raccolto: la leggenda vuole infatti che durante il suo martirio si scatenasse una fortissima tempesta e una voce dal cielo indicasse la santa come protettrice dalle intemperie. Sulla sinistra si vede, infatti, un gruppo di devoti, le cui preghiere sono fissate su cartigli.

La cappella a sinistra è dedicata a san Carlo, come si vede dalla medaglia con l’effigie del santo nel paliotto, e conserva una pala raffigurante i Santi Carlo Borromeo e Giovanni Nepomuceno in adorazione del Crocifisso (XVIII secolo). L’immagine dell’altare di destra è invece il frammento di un affresco appartenente alla chiesa precedente, databile al XVI secolo, che doveva rappresentare la Madonna col Bambino fra due santi (uno identificabile con sant’Antonio abate). Evidentemente oggetto di devozione, l’immagine della Madonna, nota anche come Madonna dell’anatra, venne preservata nell’ampliamento della chiesa e chiusa entro una ricca cornice lignea dorata, protetta da un’anta in vetro piombato. Questo complesso venne realizzato dalla bottega dei Fantoni di Rovetta in una fase pertinente al rifacimento settecentesco dell’edificio.

L’abside conserva invece un altare con mensa e tabernacolo e le edicole degli olii santi in marmi policromi sul fondo del presbiterio, databili anch’essi al rifacimento settecentesco dell’edificio. La grande cornice lignea appartiene agli arredi della precedente chiesa ed è databile alla seconda metà del XVII secolo: in legno dorato e policromo, culmina in un timpano spezzato con volute, che accoglie al centro Dio Padre. La bella pala, raffigurante l’Incoronazione della Vergine con i santi Matteo e Gottardo sembra risentire della cultura bresciana di fine ‘500 seppur sia da datare ai primi decenni del secolo successivo.

 

Francesco Nezosi

Martedì, 17 Gennaio 2017 21:56

Sant’Ambrogio a Qualino

Posta all’esterno dell’abitato e ben visibile dalla pianura, Sant’Ambrogio di Qualino è la chiesa più ricca della costa di Volpino. Attualmente si presenta nelle forme assunte con gli ampliamenti realizzati nel ‘600 e nel 1902 su una struttura quattrocentesca in parte conservata e documentata da frammenti di affresco all’interno. La facciata a due ordini conclusa da un timpano mistilineo e preceduta da un pronao la accomuna alle parrocchiali di Branico, Flaccanico e Ceratello; spicca, invece, per qualità il portale in pietra nera di Riva di Solto, intarsiato.

All’interno la nitida aula è scandita da lesene e dalla sequenza delle finestre unghiate che si aprono sull’alta volta a botte, decorata con episodi della vita di sant’Ambrogio.

Due cappelle laterali in prossimità del presbiterio accolgono gli altari del Rosario e di San Fermo con cornici seicentesche in legno intagliato e dorato; sull’altare del Rosario campeggia la tela di Domenico Carpinoni, dalla stesura nervosa e dal vivace cromatismo, databile tra il 1646 e il 1652.

L’eccezionale arredo del presbiterio è frutto di una campagna di decorazione attuata negli anni Trenta del ’700. L’imponente tribuna eucaristica (la cui funzione era di esaltare la presenza del tabernacolo posto sotto di essa, e di accogliere l’ostensorio durante l’adorazione eucaristica) fu realizzata forse nell’ambito della bottega Ramus; nonostante le gravi perdite causate da un furto, mostra ancora la sua eccezionale qualità nell’impianto architettonico a tempietto centrale con due ali e nei gradini intagliati su un fondo di specchi. Di notevole qualità è anche l’altare a commesso marmoreo, forse ascrivibile alla bottega Manni. Al 1736 risale l’esecuzione della cornice della pala, una spettacolare creazione rococò di Andrea Fantoni di Rovetta; la tela, modesta, rappresenta la comunità parrocchiale attraverso i santi patroni delle chiese anticamente sottoposte a Sant’Ambrogio (rappresentato accanto alla Madonna con il Bambino): Matteo, Antonio abate, Giorgio e Bartolomeo, patroni rispettivamente di Flaccanico, Corti, Ceratello e Branico.

 

Monica Ibsen

Martedì, 17 Gennaio 2017 21:44

San Giorgio Martire a Ceratello

Nel 1738, con decreto di papa Clemente XII, Ceratello venne staccata dalla parrocchia di Qualino e San Giorgio assunse dignità parrocchiale. Già nel 1737 era stata edificata una nuova chiesa, a sostituire un più piccolo edificio precedente.

La chiesa di San Giorgio martire si trova in posizione sovrastante il paese, sul colle dove anticamente doveva trovarsi un castello, e vi si accede da una scenografica scalinata, realizzata tra il 1937 e il 1939. L’impianto trova qualche affinità con quello delle chiese di Flaccanico e Qualino. L’esterno si presenta di linee semplici, con un porticato voltato in facciata, aperto su tre arcate sorrette da colonnine in arenaria. La parte superiore, conclusa da un timpano curvilineo, è scandita da due plastici cornicioni e ritmata da paraste.

L’interno è a navata unica, scandita da lesene, con fregio e cornice su cui si imposta la volta a botte. Sulla finestra della controfacciata è collocata una vetrata del 1917 raffigurante San Giorgio. La decorazione figurativa delle volte venne realizzata nel 1965 dal pittore Angelo Bonfanti, autore dei medaglioni con San Pietro e San Paolo e il Sacro Cuore di Gesù nella navata e del Santissimo Sacramento, nel presbiterio.

Su ciascuna parete si aprono due arcate. A sinistra si trova il battistero, con cancellata in ferro seicentesca, seguito lungo la navata dal pulpito ligneo ottocentesco. Si apre poi la cappella con l’altare dei Santi Antonio e Fermo, con paliotto e mensole in marmo nero e intarsi policromi e un medaglione con Sant’Antonio abate. La pala settecentesca, di ambito bresciano, raffigura la Madonna con il Bambino e i santi Antonio di Padova e Fermo. Fermo era invocato a protezione delle attività agricole, come si vede dallo scorcio naturalistico e dalla presenza degli animali.

A destra, nella prima campata, una nicchia contiene la statua novecentesca della Vergine Addolorata. L’organo è uno strumento della ditta Bossi della metà del XIX secolo. Segue il settecentesco complesso dell’altare della Madonna del Rosario; qui aveva anche sede l’omonima confraternita istituita il 20 settembre 1738. Il paliotto è composto da intarsi policromi e motivi floreali, con l’immagine centrale della Madonna del Rosario. L’edicola marmorea con Cherubini e angeli, databile al 1745, della bottega dei Fantoni di Rovetta, ora contiene un rilievo dello scultore Aurelio Bertoni raffigurante la Maternità (2009). Per l’altare i Fantoni realizzarono in seguito, nel 1783, anche una statua vestita della Madonna del Rosario. Sulla parete sono visibili i Misteri del Rosario di ambito locale del XVII secolo. Come riferiscono gli atti d’archivio, la devozione degli abitanti di Ceratello alla Madonna si legava anche a un voto della comunità per la protezione dalle scorribande di truppe straniere che la Vergine aveva concesso alla comunità nel 1706 durante la guerra di successione spagnola.

Ai lati dell’ingresso del presbiterio si trovano due tabernacoli settecenteschi per gli oli santi in marmo nero e intarsi. L’altare maggiore in marmi policromi reca nel paliotto i simboli del culto eucaristico ed è sovrastato da una tribuna con colonnette e figure di Angeli contenente il tabernacolo. Sulla parete di fondo una grandiosa cornice lignea di pieno Seicento, molto simile a quella della chiesa di Flaccanico, con colonne e timpano spezzato; sui fianchi vi sono le statue di San Giorgio e di un Santo Papa. La tela della Madonna col Bambino e i santi Giorgio e Rocco, è una modesta opera di ambito bresciano databile alla seconda metà del XVI secolo.

 

Francesco Nezosi

Lunedì, 16 Gennaio 2017 23:02

Santo Stefano di Volpino

La chiesa di Santo Stefano domina la sommità del colle di Volpino, in una posizione strategica per il controllo della valle dell’Oglio. La si raggiunge da una stretta erta, che si conclude in una breve scalinata o da una più comoda stretta strada (via Sabotino) che aggira il centro.

Il piccolo sagrato venne reso ancora più angusto alla fine dell’Ottocento (1891), quando la chiesa venne pressoché raddoppiata in lunghezza, mantenendo l’omogeneità con le strutture antiche. In facciata fu recuperato e adattato il portale seicentesco in pietra di Sarnico. Una chiesa di Santo Stefano è documentata all’interno del castello di Volpino dal 1132 e nella sua demolizione, per far spazio all’ampliamento del cimitero, nel 1927 furono rinvenute numerose sepolture altomedievali. Solo nel 1580 assunse funzione parrocchiale subentrando a Sant’Antonio di Corti.

L’edificio attuale venne aperto al culto nel 1756 e appare una sedimentazione di opere e interventi, con il recupero di arredi e dipinti dalla parrocchiale antica e la realizzazione di arredi liturgici e architettonici dalla metà del Settecento agli anni Trenta del Novecento. Le volte presentano le decorazioni realizzate nel 1924 da Angelo e Gennaro Tognali da Vione.

Il presbiterio con le belle decorazioni architettoniche in stucco settecentesche accoglie pressoché integro l’arredo della chiesa precedente, frutto di una campagna di abbellimento coerente avviata nell’ultimo decennio del Seicento. Lo spazio è dominato dall’ancona lignea che potrebbe essere opera della bottega dei Fantoni (si conserva una trattativa del 1692, non seguita da altri documenti): la splendida struttura in legno dipinto e dorato è costituita da una struttura architettonica (due colonne tortili impostate su mensoloni e sorreggenti un timpano spezzato) che accoglie sul timpano la monumentale figura della Fede in una posa avvitata di grande complessità e potenza. Ai lati su mensole stanno i santi Giovanni Battista e Gervasio (titolare di una cappella posta fuori del castello di Volpino, documentata nel 1132). Al centro la tela realizzata nel 1593 dal pittore bergamasco Pietro Ronzelli, rappresentante la Madonna col Bambino e i santi Stefano e Girolamo; quest’ultimo era probabilmente il protettore del donatore della pala, appartenente alla famiglia Gaioncelli, di cui spicca lo stemma in basso a destra accompagnato dalle lettere H.P.G. forse il mercante Girolamo fu Girolamo Gaioncelli documentato a Lovere nel 1570. Ronzelli (circa 1560-circa 1621), assai attivo per le chiese di Bergamo, manifesta il suo debito con la pittura di Cavagna e Moroni e il pieno adeguamento ai dettami della Controriforma, ma in questa pala il rigoglioso paesaggio e il sontuoso cromatismo delle vesti dei santi contraddistinguono il dipinto rispetto alle più rigide pale di Bergamo.

Di notevole pregio è anche l’arredo marmoreo del presbiterio, che comprende i gradini con l’alzata intarsiata, i depositi per gli olii santi e il paliotto, e che va ricondotto al lapicida Giacomo Selva di Riva di Solto, presumibilmente su disegno di Andrea Fantoni (1699).

A sinistra del presbiterio la cappella del Rosario, con modesto altare ottocentesco, accoglie una pala seicentesca con la Madonna col Bambino e i santi Domenico, Caterina e Stefano, circondata dalle tele dei Misteri del Rosario: merita attenzione lo splendido paesaggio lacustre in cui in una luce temporalesca si coglie il profilo della Costa di Lovere, con Volpino e le altre alture fortificate e punteggiate di chiese.

Alla fine dell’Ottocento risalgono gli altri altari della chiesa: quelli del Sacro Cuore e della Madonna di Lourdes, dal sobrio linguaggio classicista, e l’altare di San Giuseppe, che recupera invece un garbato gusto settecentesco.

 

Monica Ibsen

Lunedì, 16 Gennaio 2017 22:36

Santi Bartolomeo e Gottardo a Branico

Affacciata sulla valle dell’Oglio, San Bartolomeo sorge al margine sud dell’abitato di Branico e conserva un interessante ciclo di dipinti trecenteschi.

Orientata verso sud, la chiesa presenta all’esterno caratteri comuni alle chiese della Costa: un protiro in arenaria di Sarnico con un portale elegante, dalla cornice mistilinea, contrastanti con la rigorosa semplicità del resto dell’edificio.

All’interno è evidente come il presbiterio corrisponda a una più antica chiesetta, cui nel ‘500 venne aggiunta l’attuale aula, coperta da un soffitto ligneo. La semplicità della chiesa si rivela anche nei paliotti in scagliola degli altari (1731), che imitano i ricchi arredi marmorei delle chiese sebine. Il marmo è riservato ai tabernacoli degli oli santi e delle reliquie e alla cornice dell’altar maggiore che originariamente ospitava la modesta tela con la Madonna in gloria fra i santi Bartolomeo e Gottardo ora nella navata. Riccamente intagliata e dorata è invece la cornice della pala dell’altare di San Rocco, dipinta alla metà del ‘600 da un modesto pittore influenzato da Domenico Carpinoni. Accanto un bel dipinto recente di Emilio Del Prato (Il buon samaritano).

Il motivo di maggior interesse della chiesa risiede nei dipinti del presbiterio: la grande e affollata Crocifissione sull’altare, il Battesimo di Cristo e l’Ultima Cena della parete sinistra e le teorie di santi che dovevano rivestire le pareti a sinistra e a destra, ora rasenti il pavimento per l’innalzamento del piano di calpestio. I dipinti sono collegabili a una divulgazione dei modi giotteschi in chiave popolare negli anni Settanta-Ottanta del Trecento e in particolare sono associabili all’attività del cosiddetto Maestro di Cambianica, autore dei dipinti di San Michele a Tavernola.

Nel ciclo riveste particolare interesse l’Ultima Cena che, per la data intorno al 1380-1390, rappresenta una precoce testimonianza della diffusione di questo tema dall’area nordeuropea (in particolare le Fiandre) attraverso i percorsi dei mercanti.

 

Monica Ibsen

Mercoledì, 14 Dicembre 2016 14:54

B&B Art Design

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Fotografie e testi forniti da B&B Art Design

Pubblicato in Bed&Breakfast
Mercoledì, 12 Ottobre 2016 14:18

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Fotografie e testi forniti da Casa Mami

Pubblicato in Case vacanza
Martedì, 06 Settembre 2016 09:48

B&B Casa 46

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Fotografie e testi forniti da Casa 46

Pubblicato in Bed&Breakfast
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